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Il coaching, dono di natura per la nostra eccellenza.

Scritto da Tiziana De Martin il 16 maggio 2012, in Coaching, Eccellenza
Un fantastico esperto di coaching

Qual è il segreto, quale la magia del coaching?

Questa è la domanda che mi sono posta, dopo aver sperimentato la profonda efficacia dell’allena-mento mentale condotto attraverso gli strumenti legati alla PNL, e non solo.

Dopo tanti anni di sport professionistico e studi finalizzati, tra l’altro, anche alla ricerca di strategie per valorizzare al meglio le risorse della mente come necessario presupposto della propria eccellenza, non ero pervenuta alle conclusioni che il coaching è riuscito a fornirmi.

Com’è possibile che il coaching sia così efficace e con una gamma di soggetti così ampia? Com’è possibile che strumenti e strategie identiche riescano a costruire l’eccellenza di persone dalle caratteristiche più varie e con obiettivi che spaziano in ambiti così diversi (sportivo, aziendale, life)?

“Non è la PNL che funziona, sei tu che funzioni. La PNL ti spiega semplicemente… come funzioni”. A suo tempo questa frase si è radicata nella mia mente e, più l’ho verificata attraverso l’esperienza, più ne ho riscontrato l’intrinseca verità. Il coaching funziona, perché si occupa di aiutarci a capire come funzioniamo e ci permette di perfezionare, o addirittura scoprire, le attitudini talentuose che portiamo con noi sin dalla nascita.

Gli ultimi otto mesi sono stati per me una seduta continua di coaching ed una magnifica occasione di crescita personale e professionale. Il merito è di una piccola signorina, che a giugno ha smesso di farsi notare nel mio grembo, per continuare a scalpitare al di fuori, alla scoperta di sé e del mondo.

Osservare un neonato e relazionarsi con esso, significa non solo verificare in via immediata e diretta gran parte di ciò che rende il coaching una disciplina av-vincente, ma altresì, osservare l’immenso patrimonio di risorse di cui ognuno di noi è dotato da sempre, e verso il quale ritengo sussista un nostro preciso dovere in termini di sviluppo ed espressione.

La relazione con i più piccoli è, almeno nei primissimi tempi, naturalmente strutturata soltanto sul paraverbale e sul non verbale, canali comunicativi che, crescendo, troppo spesso omettiamo più o meno scientemente di valorizzare, ignorandone così la fondamentale efficacia strumentale. Con un bimbo piccolo, il rapporto comunicativo è tutto incentrato sui toni della voce ed i suoi volumi, sugli sguardi, sulle smorfie del viso, sull’uso del corpo. Con un po’ di costanza ed estrema spontaneità, si arriva ad avere un’intesa incredibile, unica.

I sistemi rappresentazionali sono un altro aspetto che un “cucciolo” d’uomo allena in continuazione. Osservando un bimbo, è facilissimo notare come sia continuamente stimolato tutto il suo VAK e come sia lui stesso a cercare continuamente nuove fonti, sia per la sua curiosità visiva, che per quella auditiva e cinestesica. In lui questi filtri sono sempre attivi e molto intensi ed è interessante rilevare come, pur in tale stato di “allerta generale”, sia davvero possibile scorgere un canale di rappresentazione più marcato di altri; in questo periodo, ad esempio, per la mia piccola, quello auditivo è senza dubbio il più utilizzato.

Questa naturale e forte attenzione a tutti gli stimoli VAK si è rivelata presupposto e terreno ideale per l’uso delle ancore.

La spontanea creazione di ancore nella vita di un bimbo è un’esperienza stupefacente.

In un momento in cui il rapporto madre-figlio comincia ad entrare in un processo di progressivo consolidamento, costui già vive la consapevolezza che, se messo in una certa posizione, è tempo di pappa, se portato in un particolare ambiente della casa è ora di nanna, ovvero, a seconda dei casi, di gioco o di bagnetto.

La nostra innata apertura a tutti i canali rappresentazionali rende estremamente facile anche la creazione di ancore guidata.

Quando Charlene, mia figlia, aveva due mesi, decisi di guidarla, affinché riuscisse ad addormentarsi da sola nella sua culla. In questo senso, la creazione di un’ancora che coinvolgesse in tempi diversi tutti e tre i VAK e che si legasse al momento della nanna, sola nella sua culla, è stata elemento essenziale.

Inizialmente, mi sono limitata ad adagiarla, con la luce accesa, in modo da indurla ad ancorare gli elementi visivi; una volta messa giù, le ho ancorato sia un elemento cinestesico, appoggiando la mia mano sul suo petto, che un elemento auditivo, accompagnando le mie azioni con un suono vocale – un bisbiglio simile a quello che emettiamo quando desideriamo che il nostro interlocutore abbassi la voce – e modulato secondo tutti gli aspetti del paraverbale.

Il passo successivo è stato quello di togliere i tre filtri VAK di quest’unica grossa ancora e di procedere sempre in modo identico, seguendo in particolare, la stessa sequenza temporale. Ho quindi spento la luce, eliminando così gli stimoli visivi, poi quelli cinestesici, togliendo la mia mano dal suo petto, solo quando, ricalcando il suo respiro percepibile proprio attraverso la mano lì appoggiata, fossi certa che Charlene cominciasse a scendere in uno stato più profondo di veglia.

Ultimi stimoli ad essere eliminati, sono stati quelli auditivi del bisbiglio, che la accompagnavano verso il più profondo stato di sonno.

Ora, avete mai osservato con che facilità, rapidità e naturalezza viviamo da piccoli il passaggio da uno stato d’animo ad un altro?

L’allenamento mentale ci insegna a gestire questi stati attraverso l’uso della fisiologia e del focus e, con meno immediatezza, del linguaggio e delle convinzioni.

Per capire cosa si intenda per gestione dello stato d’animo con rapidità attraverso fisiologia e focus, è sufficiente osservare un bimbo, allorché in un istante passa dalla disperazione alla risata e alla gioia, semplicemente cambiando, inconsciamente capace di farlo, fisiologia e focus.

Con un bimbo è divertentissimo e nel contempo estremamente interessante “allenarsi” a questo, sia da coach che da coachee.

Si può agire sul cambiamento della sua postura o distogliendo la sua attenzione da ciò che gli procura un eventuale stato depotenziante per portarla a ciò che sappiamo possa divertirlo o ancora attraverso una semplice, seppur voluta, interruzione di modulo.

Il focus e gli stati alterati di coscienza sono altri protagonisti del mental coaching, agevolmente scrutabili in un bimbo.

Sappiamo che fino ai tre anni ampliamo rapidamente le nostre capacità ed apprendiamo facilmente nuove abilità, soprattutto per imitazione e perché, pare, in questa fase di crescita le onde celebrali in cui trascorriamo la maggior parte del tempo, sono quelle teta, proprie degli stati di trans.

Ebbene, osservando un bimbo, scopriamo che è proprio così.

Charlene è ora alle prese con lo sperimentare la gioia e la difficoltà di muoversi da sola.

È una scoperta fantastica, che la sta coinvolgendo appieno. Ora il suo conquistare centimetri è principalmente legato ad un intreccio di rotoloni e di spinte, più che ad un gattonare in senso proprio, eppure, che insegnamenti mi dà osservarla!

Diventano determinanti gli “obiettivi intermedi”, senza i quali non avrebbe alcuna motivazione per fronteggiare tutta quella fatica, ma che le permettono, se presenti o opportunamente posti, di fare anche metri, e soprattutto di non mollare mai.

L’evidenza della caparbietà e della determinazione è altro aspetto che ho fatto mio vedendola alle prese con queste sue nuove ed importantissime conquiste.

Quando siamo piccoli ed in sfida con noi stessi (solo con noi stessi), per acquisire abilità nuove, di cui probabilmente non siamo neppure consapevoli, non circoscriviamo i nostri tentativi, o meglio, non ci poniamo alcun limite nel perseguire l’obiettivo, e questo, in ultima analisi, ci consente di acquisire quelle abilità.

Charlene prende continuamente musate, cade, si rialza, urla, si arrabbia e ritenta; alla fine, arriva dove voleva, in una continua esplosione di stupore, curiosità e gioia.

In questi mesi, ero mio malgrado partita con l’intenzione di alleggerire al massimo i miei impegni di mental coach, per dedicarmi a nostra figlia e godermela nella scoperta di sé e del mondo; oggi, posso dire che nostra figlia è stata per me uno splendido mental coach.

Riscopriamo in noi tutte le risorse e le strategie innate, tutta la dote che Dio e Madre Natura ci hanno donato, e divertiamoci a valorizzarci nella nostra grandezza con stupore, curiosità e gioia… di bimbi.

Ecco, quindi, la rivelazione di un segreto: non è il coaching che funziona, sei Tu che funzioni. Il coaching ti spiega semplicemente come funzioni e ti aiuta a farlo con eccellenza.

4 commenti a:
Il coaching, dono di natura per la nostra eccellenza.

  1. mercoledì 16 maggio 2012 alle 11:00

    Bellissimo post! Davvero grandiose le similitudini che hai riscontrato in questo tuo lavoro di calibrazione nei confronti di tua figlia.. ne prenderò grandi insegnamenti.
    Brava!!

    • venerdì 18 maggio 2012 alle 6:19
      Tiziana

      Grazie Franca!
      Ciò che rende questa nostra avventura ancora più splendida è che… CONTINUA e in molte direzioni.
      Alla prossima

  2. mercoledì 16 maggio 2012 alle 17:52
    Mattia

    I bambini sono la più grande fonte di insegnamento per tutti..!!!
    Bellissimo articolo..!!
    Complimenti :) :)

    • venerdì 18 maggio 2012 alle 6:30
      Tiziana

      Grande verità Mattia e mi piace ricordarmi ogni giorno che ognuno di noi è SEMPRE OGNI ISTANTE ancora anche bambino, nella miracolosa ricchezza di questa identità.
      Coloriamo le nostre esperienze di Vita con tutte le sfumature di cui siamo capaci!!!

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